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La diva bottiglia: Doppio Magnum Refosco Valentino Paladin

“Refosco ruggente e spaccabicchieri” diceva Paolo Monelli (un carneade per molti, ahinoi) nel suo “O.P. ossia il vero bevitore” (Longanesi, 1963), presente in libreria maccheronica perché recuperato sul mercato antiquario. Questa è la solita esibizione di erudizione e bibliofilia in quanto quell’antica definizione, che allude a un vino frizzante, non serve a capire il Refosco di oggi, vino fermo, e tantomeno il Refosco dal peduncolo rosso prodotto da Paladin, Annone Veneto, al confine col Friuli. Se è per questo nemmeno le definizioni moderne aiutano molto. “Rosso rubino intenso con evidenti sfumature viola, decisamente fruttato con netti sentori di mora e mirtillo, corposo ma vellutato e armonico per l’elegante morbidezza dei tannini”, c’è scritto nel sito aziendale. Le stesse parole, velluto più velluto meno, sono usate per circa la metà dei vini rossi italiani. Va bene che i sommelier nascondono nell’intimo (lo sapevate?) nientemeno che un somaro, ma perfino loro, se si impegnassero, potrebbero essere più precisi. Il Refosco è un vino originale, che non merita aggettivi riciclati. Ci proviamo noi? Per carità di Dio, meglio bevitori forti che degustatori deboli. In “Vitigni d’Italia”, grosso tomo ultraspecialistico pubblicato da Calderoni Edagricole, abbiamo scovato a pag. 652 un termine che ci piace, e che riportiamo: sottobosco. Ecco, il Refosco sa di sottobosco. Che sia un vino jungeriano? (“La grande esperienza del bosco è l’incontro con il proprio io, con il proprio nucleo inviolabile”, Ernst Junger). Il selvatico non a tutti piace (le masse odiano i nuclei inviolabili) e perciò qualche produttore prova ad addomesticare questo vitigno indigeno friulano, che prenderà il nome dal colore scuro e il cognome dal peduncolo che è per l’appunto di colore vinoso, infilandolo nella barrique. Ciò che ne risulta, se lo beva lui con gli amici suoi. A San Martino, 11 novembre, sera di castagne e di vino, abbiamo bevuto il Refosco di Paladin (garantito no-barrique) nel sontuoso formato 3 litri. La tre litri (o doppia magnum o jeroboam) è una bottiglia per sua natura strepitosa, siccome grandezza è mezza bellezza. Questa di Paladin ha poi qualcosa di ulteriore: linea purissima, colore verde, fondo incavato da sciampagnotta o da reggiana da lambrusco, spalla scesa da borgognotta. La più bella bottiglia mai maneggiata, che attira carezze come un fianco di donna. Stapparla e versarla è stata un’esperienza erotica. Naturalmente chi si accontenta del formato 0,75 dovrà rinunciare all’eros delle curve e del peso e dovrà limitarsi a parlare del contenuto, soltanto ottimo e non anche abbondante. Non sa che si perde, il bevitore di mignon.